Al di qua dello sguardo - Elegia della vita schiva

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martedì 5 luglio 2011

Anche qui

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Caro Dario,

dopo il mio ultimo post che sembrava l'elucubrazione notturna di persona triste e solitaria - un monologo alla Luna - ti sarai preoccupato di me e giustamente mi hai inondato di Irlanda e di Derry e di musica e di tutto il resto. Ma non credere che qui io mi sia rinchiuso in una vita monotona e senza gioia. Tolentino non è Derry, mi dirai. L'Italia della spazzatura a cumuli di Napoli e gli scandali nella vita pubblica ti faranno pensare che siamo messi male. Tu sai altrettanto bene, però, che la vita trova sempre i suoi varchi per poter durare ancora.

Una professoressa di Liceo racconta periodicamente una storia per illustrare l'idea che la poesia sopravvive a tutto. Tra le sue studentesse ce n'era una particolarmente malinconica, che se ne stava appartata per la maggior parte del tempo. Quando arrivò il giorno del ricevimento dei genitori, provò a descrivere alla madre quello che vedeva in sua figlia, per comprendere meglio la ragazza, magari ricevendo in dono dalla madre qualche informazione in più. Con sua sorpresa, invece, si trovò ad essere letteralmente rimproverata perché non comprendeva cosa fosse l'età di quella ragazza. La madre rievocò la sua adolescenza e quella di sua madre, che le raccontava di quando la città era sotto i bombardamenti nemici. Ebbene, lei ricorda quel tempo - che pure era di guerra - come il più felice della sua vita.

Tu mi dirai: che c'entra tutto ciò con le cose che dicevamo? C'entra, c'entra. Tu credi che la spazzatura e gli scandali di un miliardario impenitente fermeranno il nostro amore per la musica? che ci impediranno di approfittare di tutte le feste di paese, tra Tolentino e tutto il resto, per tornare a incantare il pubblico con la musica di sempre? Io lo so che tu mi vorresti lì, magari al posto tuo, perché pensi che tanto jazz irlandese farebbe più bene a me che a te, ma anche qui, credimi!, la vita non è meno lieta e scanzonata. Pensi che non abbiamo birra di qualità? che le ragazze se ne stiano chiuse in casa e non contribuiscano per niente a fare di una calda notte di estate l'incanto lungamente desiderato, con balli e cantate a squarciagola, per ricoprire il chiasso della spazzatura e di tutto il resto? Verrò a Derry, verrò! Quando meno te lo aspetti, ti telefonerò e ti dirò: prenota! preparati! arrivo!

E’ vero, sono un po’ triste, perché è morto Benedetto, un giovane writer malato d’amore. E’ andato a schiantarsi con la macchina contro un muro, dimentico di sé e forse distratto dal miele delle ultime parole della sua ragazza. E’ per questo che non ho risposto subito alla tua. Si firmava SLAP. E’ stato un mese durissimo, per me. Questa morte non è stata come quella di tanti altri. In tanti trepidavano per lui. Se n’è andato proprio quando sembrava che il tepore dell’aria invitasse di più ad uscire la sera. Che idea morire di giugno, quando a tarda sera le cicale si apprestano come ogni sera ad improvvisare per noi il canto più alto e più forte. La vita non dovrebbe forse assordarci così, ogni volta, per sconfiggere silenzio e morte?

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lunedì 30 maggio 2011

Dear Marco, Hiya, what’s the craic?






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Dear Marco
Hiya, what’s the craic?

Di tutte le espressioni con cui un irlandese può esibirsi nella grande arte scenica del saluto, hiya-how-is-it-going-what’s-the-craic è quella che preferisco. A volte dicono hi, a volte hiya, seguiti da
How is it going o dall’ancora più tipico what’s the craic?
Insomma: ehi tu, ciao come stai?
Qui tutto bene!

Come è andata la Pasqua? E l’escursione alle Grotte di Frasassi? Vi siete persi? Io la pasqua l'ho festeggiata tra gran pranzi a casa di un mio amico italiano (Lorenzo il Magnifico) che era partito con me e che è diventato qua uno dei miei due migliori compagni di sbronze intergalattiche. E’ stato bello perché vive con delle studentesse francesi di origine africana che hanno amici che hanno figlioletti saltellanti con cui ho giocato tutto il pomeriggio beccandomi anche parecchi calci negli stinchi, anche…

…E poi ti sei di nuovo perso l’aria di jazz fratello! ’Sto primo weekend di maggio la città l’ha passato all'insegna del Jazz Festival. Pensa, dinosauri del jazz venuti da tutto il mondo per ritrovarsi nella più sperduta contea nordoccidentale dell’(ancora) Impero Britannico di Derry, a salutare il fiume Foyle, che con il suo odore vagamente putrescente avrà riportato la loro memoria indietro ai tempi della cara vecchia New Orleans. Ogni pub (che come già sai in città ce n’è uno ogni mezzo abitante) ha portato musica dal vivo dall’una del pomeriggio all’una della sera... anche le band locali hanno offerto il loro repertorio riadattato in chiave jazz, anche se magari in genere suonano punk, folk o metal.
Io, e il jazz…!?!? Qui c’è qualcosa che non quadra, dovresti essere tu al mio posto. Ma ci pensi?
...Se penso a te in Italia col suo solito clima di stress, la maleducazione delle persone, il clima politico da Banana Republic, come dicono qua…

…E comunque non ci penso mica a tornare! Sappi che l’Irlanda mi ha stregato una volta di più. Erano mesi e mesi che non si vedeva la “bella stagione”. Credimi: quando qui spunta il sole non c'è proprio paragone con l'inverno, perché anche se Derry è sempre “calda” grazie alla sua gente e alla sua storia, in questo periodo di sole tutti erano di umore altissimo, davvero rilassati, per quanto a mia memoria lo siano sempre stati, anche più del solito, e sorridenti, divertenti più che mai. Pensa che nessuno di loro ci credeva: c'è stato il sole per ben due settimane e solo qualche rovescio. Questo li ha riempiti di endorfine e cose varie. Addirittura verso dublino e un po’ in tutto il sud ci sono stati degli incendi, il che ha dell'incredibile in Irlanda!

E poi c’è stata aria d’elezioni in questi giorni. McCann, attivista sin dagli anni sessanta, bhè, lui s’è ricandidato, avresti dovuto vedere i manifesti, che forza! Stava tutto preso ma purtroppo nonostante il suo quasi secolare impegno sociale, trent’anni di marce per diritti civili sulle spalle, niente! Nemmeno questa volta: nemmeno un seggio a Stormont, il Parlamento dell’Irlanda del Nord.

Dannato musicista dei miei stivali! Ma che fai ancora là, sbrigatiiiiiiiiii che qui c’è sempre spazio per la musica, la gente quasi che ci vive, con la musica!! Fammi solo sapere quando, e te lo giuro fratello ti organizzo un comitato benvenuto da paura!!!


Slan!

Dario, your brother

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domenica 1 maggio 2011

Mancati incontri

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L'arcipelago delle nostre emozioni ci appare dagli incerti confini. Non tanto, sconfinato. Né illimitato. Piuttosto, ci sembra di stare al centro di un territorio di cui non riusciamo a vedere fin dove si estenda e quali siano i passi indispensabili per procedere. Sono le nostre scarpe che non conosciamo. O meglio, non sappiamo bene dove ci porteranno i nostri piedi. Ma sappiamo bene che, in realtà, i nostri piedi vanno dove li sospinge il cuore. E il cuore? Non è forse intriso di pensieri? Tutti i moti della nostra anima non sono forse preceduti a accompagnati dalla nostra riflessione continua? Possiamo anche non riflettere! Vorrà dire che seguiremo i pensieri di qualcun altro, magari quelli che ci risuonano nella mente e che provengono dalle mille cose udite... Saranno allora le nostre credenze a prevalere e a guidarci.
Ma nelle cose del cuore, che sono poi le cose che si riferiscono ai nostri rapporti con il mondo, con gli altri, che cosa renderà possibile il compimento? E che cos'è compimento se non l'apertura al possibile, il mondo sconfinato delle nostre possibilità, che è il mondo della nostra libertà? All'incrocio tra due vie del cuore cosa troveremo? Smarrimenti, turbamenti, incertezze, ma soprattutto belle illusioni. Ci acconceremo a credere che la persona che sta lì davanti a noi sia interessata a noi, perché ci sorride, perché considera con attenzione le nostre cose. Quando interverranno fraintendimenti e incomprensioni, sarà il momento della verità.
Gli umani sono portati a credere che la verità sia il fatto accaduto ieri alle cinque. E' esattamente quello che ci è stato riferito. O quello che hanno visto i nostri occhi. Potremo dubitare dei nostri occhi? Ma siamo sicuri che la realtà in cui l'altro consiste corrisponda perfettamente alla nostra percezione di un fatto, di un evento e basta? Un mio vecchio amico filosofo mi ha insegnato una cosa sola, che lui esemplifica con le parole di uno scrittore, il viennese Hugo von Hofmannsthal: "La verità è il tono di un incontro".
Allora, non l'ostinato chiedere e recriminare su quello che è accaduto ieri alle cinque - come se la verità fosse un fatto! - vale nelle nostre relazioni umane, ma quello che c'è effettivamente tra di noi, ciò che sta accadendo: l'incanto dei giorni, il valore del reciproco cercarsi e trovarsi. Ma è facile incontrarsi? Ci incontriamo veramente?
Una professoressa della mia città mi ha detto con semplicità un giorno, come se non stesse dicendo niente di sconvolgente: "Un'altissima quantità di incontri umani viene distrutta da una scarsa tolleranza agli equivoci". Fraintendimenti ed equivoci sono fruttuosi: si potrebbe dire che da essi dipende una buona porzione della nostra vita. Quanto tempo, infatti, 'perdiamo' nei chiarimenti, nello sforzo incessante di fissare il significato da dare alle parole? Ma nel farlo, quanta umiltà e pazienza e compassione sono necessarie! Ciò che non riusciamo a fare bene è andare al cuore delle cose.
Il cuore della cosa stessa – la realtà dell’anima, la sua vita, le forme del suo sentire – è storia, narrazione, racconto, vicissitudine, incanto. Dentro il flusso della vita, nel caotico succedersi dei fatti quotidiani, non cerchiamo un Oriente: sappiamo di dover consistere nel magma indistinto, cercando appigli, file di continuità nella catena dei frammenti, riconoscimenti, la ‘salvezza’ delle cose oltre il loro svanire. Noi cerchiamo di risalire, oltre il disincanto del mondo, all’autentico dispiegarsi dell’esistenza umana.

Ciò che pregavi con amore,
che come cosa sacra custodivi,
il destino alle vane ciance umane
ha abbandonato per ludibrio.

La folla entrò, la folla irruppe
entro il sacrario dell’anima tua,
e di misteri e sacrifici ad essa
aperti tu arrossisti tuo malgrado.

Ah, fosse mai che le ali vive
dell’anima librata sulla folla
potessero salvarla dall’assalto
dell’immortale volgarità umana!

Fëdor Tjutcev


Questi versi rendono bene l’idea di ciò che si dà quando si superi la linea di confine che separa dall’invisibile: l’accesso a quest’ultimo non è ingresso letterale, effettivo, l’affacciarsi determinato al senso dispiegato delle cose. Il contatto con l’anima e con il corpo dell’altro non è possesso. Non di un oggetto si tratta, infatti, ma di un soggetto che si dà per ritrarsi subito dopo, per pudore, perché sia salvo il nucleo di sé dall’oltranza della bellezza. L’insistenza del pettegolezzo e dell’insinuazione, come la rivelazione di segreti lungamente custoditi nell’anima, ma anche – più semplicemente – il tradimento dei sensi nascosti di una vita, che era stato consentito di conoscere per privilegio o per amicizia, tutto l’intrudere, l’invadere, l’irrompere scomposto e ‘non autorizzato’ è far precipitare nel disincanto una relazione non importa quanto profonda e importante.
Stare ‘al di qua’ è contemplare l’incanto delle cose. Anche l’amore non dovrebbe essere stropicciato. La manutenzione degli affetti prevede cura e attenzione, certo, ma anche distanza e rispetto.
L’arte di fare passi indietro andrà ‘coniugata’ adeguatamente da una parte e dall’altra con accettazione e perdono, con l’arte della redenzione del ‘così fu’: contro la malinconia, che tende a far precipitare nell’irredimibile torti e incomprensioni, occorre elaborare in ascolto l’accaduto, prevedendo l’approdo a un’innocenza seconda che non è impossibile attingere, oltre l’errore e la dimenticanza.
L’imperfezione dei nostri strumenti umani è colpa. Solo prudenza e pazienza, umiltà e accettazione potranno impedire il perpetuarsi dell’errore e il rischio della caduta nella confusione dei sentimenti, che si traduce nell’incapacità di percepire il valore di ciò che ci sta più a cuore. La colpa più grande è, tuttavia, perdere di vista l’incanto delle cose, accostarsi ad esse con distrazione e scetticismo, incuranti della fragilità delle esistenze che popolano il mondo intorno a noi.

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sabato 26 marzo 2011

Gente di Derry




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Hiya!

Indovina un po’ chi scrive?
Proprio tuo fratello, l’italo-irlandese!
What’s the craic? Novità?

Allora, ti aggiorno: dal St Patrick’s Day in poi (17 marzo) qua tra scuola e impegni vari c'è stato un bel marasma. Un delirio. Ci sono stati una serie di party a cui proprio non sono riuscito a sottrarmi… Tutto ha avuto inizio appunto con la festa di San Patrizio, patrono d’Irlanda e degli irlandesi, ed è stata dura fratello, molto dura! La giornata è stata tra le più lunghe della mia vita… E’ letteralmente iniziata come una carnevalata ed è finita com’era iniziata: una carnevalata verde, Verdissima. E’ praticamente esplosa col suo carico di birra e con esperienze che, credo, mi ricorderò per un bel pezzo.

Lascia che ti racconti.
La mattina mi sveglia Bobo salendo in camera tutto trepidante e già regge in mano una Carlsberg e porta sulla testa un buffo cappello a tuba verde che lo fa sembrare uno di quei Leprechaun delle favole, di quelli che se li segui non sai mica dove ti portano, e in quali guai ti caccerai. Quel cappello mi sembrò anche più buffo perché aveva uno di quei supporti capaci di contenere fino a due lattine, dotati di tubicini di plastica per bere. Lo avevo già notato al pound shop, che li vendeva appunto a solo 1 pound, e lui se ne era procurato uno, in vista dei festeggiamenti.
“Colazione?”, dice, mentre mi allunga la lattina, mentre la stappa col suo tipico pssstz.
Un veloce slainte per colazione e ci ritroviamo per le strade, già piene di carri, il vento è forte e piove un po’, ma tutti sono allegri, vanno alla parade vestiti di verde e pensano solo ad incontrare amici e bere tanta buona Guinness.
Gente di Derry e della contea e anche molti turisti, e verde, verde ovunque! E poi pupazzi protagonisti della vita del santo ci sfilano davanti, un po’ santi e un po’ serpenti… anche loro, ci diciamo, hanno già alzato il gomito.
Così la giornata prosegue alla grande e ci incontriamo con gli altri, e ci dimentichiamo del pranzo e della cena.

Poi i ricordi affiorano a sprazzi nella memoria… Dopo quelle otto pinte ingurgitate mentre parlo di politica con Imanol il Basco, mi trovo a ballare vorticosamente con una cattolica di Belfast, spillo birre con il beneplacito della folla da dietro il bancone del pub che poi ci caccia tutti e chiude; giro poi a tarda notte nel bel mezzo di una tempesta di ghiaccio alla ricerca disperata di un riparo e di un taxi, rischio di fare a botte con un ubriaco con la maglia del celtic in un Fish&Chips nel Waterside che mi ha preso per un polacco, quando riappare non so da dove quella tipa di Belfast che interviene e mi porta con sé. Mi sveglio la mattina sul pavimento a casa di non so chi, quindi mi rincammino, ciondolante e confuso, verso il Cityside, verso casa.

I giorni successivi li ho passati a riprendermi, ma non potevo nemmeno abbandonare il lavoro, né le mie attività preferite, così mi sono ritrovato, ieri, a festeggiare il mitico capodanno iraniano, a ballare al Da Vinci con i miei ex-coinquilini iraniani, primo fra tutti Sirous, che era presissimo, tutto in ghingheri e camicia bianca, e sua moglie. Poi a mezzanotte ecco che suona, da Teheran, la radio con l’inno nazionale, e che musica! Mi sentivo a casa, davvero! Gli iraniani sono un gran popolo, quando vieni te ne presento un po’, sono grandi amici!

Che ti devo dire, magari a te ‘ste storie sui bagordi sembreranno infantili, crederai che il tuo ormai non più giovanissimo fratello stia solo perdendo tempo… ma tu sai che ho scelto di dare un po' di energia alla mia vita, vita che in Italia ristagnava da un po', e credo di poterne trarre grandi benefici.
Comunque sappi che il sacrificio c'è, non è sempre festa qua, e mi mancano tutti a casa, e i vecchi amici. E ovviamente mi manchi un sacco anche tu, fratello!

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martedì 15 febbraio 2011

Davanti ai miei occhi


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Ero timida durante le lezioni di flauto, sia con un maestro sia con l'altro. Una timidezza tale che ora la devo scrivere scegliendo parole e forma, mi sembra persino impossibile. Col primo maestro forse essa poteva trovare una certa giustificazione, ero perdutamente innamorata di questo giovanissimo uomo e il tremore, il batticuore avevano le loro ragioni. Sudavo, le mani tremavano, le spiegazioni che mi dava non si fissavano bene in testa... i miei pensieri erano altrove, fantasticavo... ma mi sembrava un sogno troppo lontano, mi sentivo piccola e soprattutto brutta. Avevo dodici anni e lui cinque più di me, ed ero stata scoperta: "Non sarà che ti sei innamorata di Gianni...". Udivo la voce di mia madre mentre guidava e mia sorella seduta davanti e io dietro a guardare la luna piena, zitta. Loro alleate e io sempre più silenziosa. - Dallo scritto autobiografico di C.G., Archivio Anghiari 2007
Sfogliando il volume di Duccio Demetrio sulla timidezza di cui vi ho già parlato, ho incontrato questa testimonianza autobiografica da lui raccolta nella Libera Università dell'Autobiografia di Anghiari. E' una ragazza che parla del suo rapporto con il maestro di musica. E' solo una ragazza, ma se penso ai miei allievi e alle tre allieve che si ritrovano con loro a prendere lezioni da me, mi domando cosa significhi l'impaccio, l'imbarazzo, l'esitazione, il rossore di una di esse che mi fa dubitare di lei. Bastano pochi sguardi, più lunghi del necessario e più intensi di quelli di un allievo che abbia la testa piena di musica per pensare che potrebbe darsi per lei una situazione paragonabile a quella della ragazza dell'autobiografia.

Questo accade talvolta sotto ai nostri occhi. Quello che vediamo è poco. Siamo autorizzati a pensare che di altro si tratti, che quei segni siano portatori di significati per noi, che riguardino noi? Sono convinto che non lo sapremo mai, almeno quando si tratti di persona schiva, che farà di tutto per nascondere emozioni e sentimenti. Troppe cose impediscono di agire diversamente. Un precoce senso della solitudine, inizialmente subita, ma poi sempre più riconosciuta come inevitabile e, tutto sommato, cara compagna dei giorni. Il senso del corteggiamento e dell'inizio. Anche a me è capitato - e capita ancora oggi! - di essere affascinato dalle cose al loro inizio. Sarei tentato di dire che mi interessa solo quello. Quando vedo un film d'amore, sono proteso interamente a godere tutti i preliminari di una storia d'amore: quanto più lento è il cercarsi e l'avvicinarsi senza esprimere ancora i sentimenti, tanto più mi piace la storia! Penso che quegli istanti siano eterni.
Abbiamo qualcuno di fronte a noi che esiste, semplicemente. Parla e gesticola, ma soprattutto esprime con tutti i muscoli della faccia le infinite emozioni che prova. E a noi sembra di coglierle tutte. E vorremmo tenerle per noi, che fossero dedicate tutte a noi. E ci si innamora per un po' di quella delizia del volto, che non è più solo una faccia. E' già un volto, una nostra costruzione, ma non un'invenzione campata in aria: ci siamo messi già a istituire file di continuità, ad immaginare un seguito alla storia, che vogliamo far durare, che vorremmo non finisse mai. Ma stiamo già costruendo castelli in aria! Ci illudiamo già che possa durare. La macchina del desiderio si è messa in moto...

Ma con un'allieva è diverso. Dobbiamo nascondere ogni più innocente moto dell'anima, per non turbare il rapporto educativo che ci lega. Dentro quel poco cercheremo di investire molto, facendo della musica il terreno per incontrarci, mettendo tutta la nostra innocenza, perché è sempre così: quando davanti ai nostri occhi si mostra la bellezza non siamo solo spaventati da essa, la mente si rallegra. Ci apriamo a nuove evidenze. Quello che appare ci piace, ci chiama. Dobbiamo, però, sostare un po' a considerare quanto di quella bellezza ci appartenga, quanto possa essere godimento effettivo, anche se furtivo. Nessun cedimento è concesso. Al più, il piacere di osservare, pensando di non essere scoperti. Così ci allontaniamo anche noi - magari come un'allieva schiva - custodendo nel cuore il segreto di un giorno.

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domenica 13 febbraio 2011

Legna da ardere


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Un turnista non è privo di occhi e di mani. Di queste e di quelli si servirà per dire, magari con un piano, quello che ha visto. Se è un pianista. Non vorrete negargli il privilegio di essere esecutore, io dico anche interprete!
Se una canzone degli anni sessanta vi apparirà esattamente come l'avete sempre goduta, vorrà dire che lui con le sue mani avrà restituito, senza saperlo, movenze e pause che coincideranno con le vostre attese.
C'è poi il compito di trasmettere ai propri allievi quello che hanno visto i vostri occhi, se siete un turnista. Nella vita di tutti i giorni prima ancora che ci si parli, ci si guarda negli occhi. E sono gli occhi che ci consentono di farci intravedere qualcosa, a volte qualcosa di essenziale, nella persona che è davanti a noi: nelle sue emozioni e nei suoi stati d'animo. Sono le parole che consentono poi un'altra, ben più complessa comprensione di quello che si è svolto e che si svolge nella storia di un'anima. Ma le parole hanno bisogno degli occhi, degli sguardi, delle loro infinite espressioni, se intendono essere sincere e se intendono essere prese sul serio da chi ascolta. Ma anche gli occhi hanno un loro linguaggio. Occhi, e sguardi, e voce contribuiscono a fondare la nostra identità, a dare voce alla nostra anima e al nostro destino. La medicina non ci dice che dagli studi sull'occhio e sulla visione sia venuto fuori anche lo sguardo: questo soltanto è incontro con il destino delle persone con cui veniamo a contatto. Gli occhi non solo vedono ma ascoltano il visibile e l'invisibile. Essi avvertono il mistero di un'anima, che si manifesta nella sua fuggitiva ragione quando gli occhi dell'altro si illuminano in uno sguardo. E' lo sguardo che dà senso all'esistenza altrui. E' dallo sguardo dell'altro che riceve senso la mia esistenza.
Considerate ora queste parole:
Imagine there's no heaven
It's easy if you try
No hell below us
Above us only sky
Imagine all the people
Living for today...

Imagine there's no countries
It isn't hard to do
Nothing to kill or die for
And no religion too
Imagine all the people
Living life in peace...

You may say I'm a dreamer
But I'm not the only one
I hope someday you'll join us
And the world will be as one
e provatevi a pensare come 'entrare' in una esecuzione della nota canzone. Si tratterà di semplice esecuzione? di bravura strumentale? Non dovrete metterci niente di vostro? E cosa, se non il cuore? Quello che ha sentito e visto un artista prima di voi non dovrete vedere e sentire anche voi per poterlo interpretare? E questo non è poi ciò che vi aiuterà ad esprimere originalmente quello che vedete e sentite voi?

Ritrovarsi a leggere la lettera di una studentessa di liceo che lamenta la condizione di chi, essendo giovane, non può nutrire troppe speranze, dati i tempi, non dispone bene all'inizio di una giornata. Non che sia preferibile non pensare ai problemi dei giovani, ma fa male al cuore scoprire fino a che punto sia giunta la disperazione: trovare un lavoro che duri, un amore che duri, una vita che non riservi brutte sorprese... Lo studente si aspetta di essere sostenuto dagli adulti e dagli Educatori. Egli vuole su di sé uno sguardo che lo concepisca non come vaso da riempire, ma come legna da ardere. Non vuole solo sacrifici e rinunce, ma anche calore e passione. Io sento questo compito: ai miei allievi non debbo insegnare solo uno strumento, i segreti dell'arte, della tecnica. Debbo incendiare i loro cuori, perché sentano il calore delle parole di una canzone. Perché le pieghe dell'anima si facciano finalmente musica. Perché non si riducano mai a scrivere 'sulla' musica, ma 'con' la musica, restando musicalmente complici del suo mistero come del mistero della vita.

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venerdì 4 febbraio 2011

Dentro un'impazienza

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Sono fermo qui, in mezzo ad un'impazienza di cui debbo liberarmi al più presto. Avevo tra le mani La vita di schiva di Duccio Demetrio, che ho preso a leggere perché è di me che parla e sento che mi accompagnerà a lungo, per molto tempo ancora, dopo aver tentato di leggere fino in fondo: non sarà facile, infatti, esaurire un'opera che ad ogni nuovo capitolo mi immette nel mezzo di una verità che mi costringe a fermarmi, a riflettere, a verificare, a sperimentare. Soprattutto, a riflettere. E' doloroso andare avanti. Le cose appena lette fanno male. Sono così vere che debbo fare qualcosa: non posso continuare a leggere oggi. E oggi significa: in questi giorni, in queste settimane. E' sempre così: sono un cattivo lettore. Impiego molto tempo ad esaurire un libro. Demetrio esalta la virtù dell'indugio nella vita schiva, ma per me è tormento. Mi sembra di essere inconcludente, di non riuscire mai a concludere nulla: salto di palo in frasca. Mi lascio distrarre da sempre nuove intuizioni, che mi portano lontano dalla lettura di oggi...

E l'impazienza che mi allontana da me, per portarmi su sponde non meno importanti per me è un altro libro di Demetrio che ho trovato in libreria in bella mostra accanto all'opera dedicata alla timidezza. Si tratta de L'interiorità maschile. Le solitudini degli uomini. Opera immensa, piena di lezioni, tutte da apprendere. Ancor più dolorose. Dopo l'elenco dei vizi, le possibili virtù. Ho cercato sul sito della casa editrice. Poi sui siti di Demetrio. Sarebbe veramente lungo raccontare le scoperte, che vi risparmio. Vi basti solo questa: Demetrio ha inventato una Università dell'Autobiografia! Insegna a scrivere di sé, a raccontarsi. Uno dei suoi libri importanti è proprio Raccontarsi. L'autobiografia come cura di sé. Capite da dove nasce l'impazienza? Avrei dovuto comprare anche quest'ultimo libro? Sicuramente lo farò, per capire cosa io stia facendo, se questo scrivere nasce da un bisogno di 'cura', ma non capisco di che cosa! Allora, non sono del tutto sano? Perché scrivo di me, in queste forme a volte poco narrative? Per evitare il nucleo caldo e doloroso della materia del mio vivere quotidiano, perché lì è nascosta la ragione per cui non ho mai suonato in pubblico in un gruppo jazz? Cosa temo? Improvvisare non è forse la stessa cosa che vivere? Dunque, ho paura di vivere?

Sento come una febbre addosso, ora. Debbo tornare assolutamente a cercare dentro il libro da cui sono partito. Montaigne dice che la timidezza è stata la gabbia in cui è stata rinchiusa tutta la sua vita. Perché queste parole sono così dure da comprendere per me? Non è forse questo anche il mio destino? Demetrio aggiunge al titolo della sua opera un sottotitolo che suona così: Il sentimento e le virtù della timidezza. Non un vizio o una menomazione, dunque. Un sentimento. Da cui possono germinare virtù che sono proprie della vita schiva. La timidezza, da tratto del carattere, deve farsi vita schiva.

Sapete cosa ho scoperto alcuni giorni fa? Una delle mie allieve sta leggendo il libro di Demetrio! Mi sta 'seguendo'? Oppure, è una felice coincidenza? Ho trovato un compagno di sventura? Ecco, ho detto 'sventura'. E' così, io penso che un timido non sia poi così fortunato. Che abbia a che fare con una materia 'bassa', di cui sarebbe meglio non parlare. Adesso mi sarà un po' difficile guardare negli occhi quella allieva. Non mi piace condividere una debolezza con una donna... Insomma, debbo procedere per conto mio. Di nuovo la solitudine. Tutto torna. Debbo continuare a legge e farmi guidare per mano da Duccio Demetrio. Si può raccontare una lettura? Beato mio fratello Dario! Lui non ha mai avuto di questi problemi. Per lui la vita è un calice da bere fino in fondo ogni giorno, senza esitazione. Altro che indugio! Non gli sfugge nulla della vita. Ma nemmeno a me la vita sfugge! Si tratta di vedere bene di che pasta io sia fatto, in fondo.

Adesso non mi sembra di essere più impaziente. Forse, non sono veramente insoddisfatto di me. Forse la mia vita sta prendendo decisamente la piega di una 'vita schiva'. Forse non di 'malattia' si tratta. Non di un neo del carattere. Forse, raccontando ancora riuscirò a dire meglio cosa accada intorno a me. Ma soprattutto dentro di me. E' questo il paesaggio che preferisco contemplare. Da lì nascono le note della mia musica. Forse, ho motivo di sperare per me.
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