Al di qua dello sguardo - Elegia della vita schiva

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giovedì 21 ottobre 2010

Una radicale contingenza

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Quando è una giovane musicista a chiederti di parlare di improvvisazione, è più difficile rispondere. Se poi quel che vuole sapere è proprio cosa significhi l'espressione più difficile e nello stesso tempo più immediata - forse, la meno discussa -, non capisci se sei più ignorante tu o più insinuante lei. Perché cogli nei suoi occhi una sorta di complicità, uno sguardo insistente, come di chi vuole più di una risposta. Il pensiero corre subito alla parola 'provocazione': cerca di metterti in difficoltà, ché vuole sapere cosa significhi proprio quell'espressione che tu hai usato tante volte senza definirla mai e poi che la tua risposta sia una risposta a lei, solo a lei? Devi trovare le parole che si aspetta lei. Ti mette alla prova come maschio, come musicista, come 'maestro'. Ti innalza alla dignità di suo maestro e devi conservare il posto in cui ti ha collocato: non puoi arretrare né fingere di non aver capito. Non vuole che parli di Musica. Vuole sapere quale sia per te l'origine più lontana, la radice di una pratica musicale che si istituisce, viene eretta a radicale contingenza, appunto! Da quale regione della realtà provieni tu che prendi ad improvvisare? Cosa ti precede? E cosa precede quello che poi 'dirai' in musica? Di più. Come arriva ad essere 'radicale' la contingenza di cui parli e che tipo di 'contingenza' è quella che si istituisce dentro la pratica? e che significa 'pratica'? E in che modo la tua pratica si distingue da quella in cui si produrrebbe lei, che è una donna? C'è un modo femminile di 'esibirsi' in un'improvvisazione musicale? (Mi è venuto in mente il nome di Rita Marcotulli, ma può bastare un nome per giustificare una 'teoria', addirittura dare fondamento all'idea che ci sia un modo specificamente femminile di fare improvvisazione?)

E' andata proprio così. Mi ha fatto tutte queste domande e forse altre ancora. Queste sono le più importanti, almeno per me. Sicuramente, non avrò risposto a tutte, a giudicare dal sorriso ironico con cui si è allontanata alla fine della lezione.

Per me, si tratta di arrivare all'istante eterno in cui tutto è in ordine, dentro più che fuori di me. E' facile disporre gli strumenti e le persone nella posizione desiderata, dopo aver creato l'atmosfera giusta, ma se non siamo mai soddisfatti si scopre presto che sono solo pretesti che accampiamo quando non c'è ordine dentro. Non siamo pronti. Ecco un altro 'segreto' di Marco Serrani svelato! Sarò timido quanto volete, ma provateci voi a produrre eternità nel tempo! Occorre fuoco e nello stesso tempo una mente lucida, che occorre per vedere quello che si staglia lì davanti a te...

La pratica dell'improvvisazione musicale è un po' come un viaggio. [...] Non dobbiamo sapere necessariamente quanto durerà il viaggio, né dove stiamo andando. Può succedere di non penetrare in nessun territorio, o che esso si riveli una tetra palude che nessuno desiderererà visitare di nuovo; ma quando ci appariranno, sia pur di sfuggita, nuovi splendidi paesaggi, il tutto sarà ancor più sorprendente perché inatteso. (M.VITALI, Alla ricerca di un suono condiviso: l'improvvisazione musicale tra educazione e formazione, Franco Angeli 2004, p.9)

L'improvvisazione musicale è dunque esperimento di identità. Il pensiero musicale dell'improvvisatore mette al centro del proprio universo l'esperienza che connette un soggetto - se stesso, la propria musicalità - ad un oggetto - il suono - in una storia vissuta, emozionata, ragionata, ma che solo in parte è conosciuta.

La mia allieva ha particolarmente apprezzato questi accenti critici, è riuscita a sentirne la sincerità profonda. Forse si aspettava che io le dicessi: ci vuole temperamento, scienza e robusta conoscenza degli strumenti... Le ho parlato, invece, di un'identità malcerta, perfino gracile. Io sono convinto che si cresce assieme alla propria musica. Vi ho rivelato un altro 'segreto' di Marco Serrani! Timidezza? Siete ancora convinti che un modo di condursi come il mio sia segno di povertà, di mancanza?
Anche ritrovarsi di fronte a una giovane musicista, senza poter dire con certezza quello che nasconde la sua anima è impresa facile? Non parlo del rispetto, che comunque le è dovuto, altrimenti non sarei un uomo degno di questo nome e lei non sarebbe un'allieva che si è affidata a me... Voglio dire che rispetto ci vuole, ma ci vuole anche contatto, trasporto, entusiasmo. E come fare queste cose senza cadere nell'equivoco, senza cioè che lei pensi a un interessamento che va oltre la musica?
Tempo fa scrissi "un'esistenza sospesa?". Ecco, questi sono i momenti in cui si potrebbe dubitare di me, di quello che sto facendo. In realtà, c'è sempre da trovare una misura nei rapporti umani. Io sto al di qua. Preferisco perdere preziose occasioni per stare in estasi di fronte ad una donna, perché non si tratta della mia donna e poi perché credo che solo la musica debba legarci. Un'allieva è un'allieva. E' già una sfida la richiesta che mi ha lanciato, quando mi ha chiesto cosa pensi di una donna che improvvisa. Capirete l'emozione provata, se pensate al fatto che c'è chi crede che le donne non abbiano un'anima, che siano solo impulso e desiderio... Insomma, dovrei avventurarmi nel suo territorio: affermare che lei possiede un'anima, che io vedo ed apprezzo... Capite dov'è la sfida? Sono chiamato in causa. E' come se mi stesse dicendo: prova a dire che non sono una donna, che non ho sensibilità... E allora, se non sono un pezzo di legno, prova a dire invece cosa provi tu quando ti ritrovi davanti a me, che sono donna... Certo, parlare di musica con lei è un'emozione sconosciuta. Anche questo 'grado zero' della comunicazione tra di noi mi scaraventa al centro della terra incognita che chiamiamo 'radicale contingenza' della nostra pratica.

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mercoledì 20 ottobre 2010

Il rischio più grande non è commettere un errore

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Caro Dario,

tra IRA e Halloween sei riuscito a farmi sentire a Derry, aiutando la mia immaginazione a circolare per le strade tra le bombe e le streghe. Anche da noi i bambini si stanno abituando a questa festa importata. Bussano alla porta con un cesto e subito chiedono: «Dolcetto o Scherzetto?». Non so bene ancora quando diventeranno pericolosi con Halloween. Intanto stiamo al dolcetto: non conviene rispondere «Scherzetto». Non si sa mai!

Frequenti sempre il Sandinos? e la musica è quella di sempre? vengono ancora gruppi prestigiosi da fuori a suonare?
Sabato è uscito nell'inserto settimanale di un grande quotidiano un servizio di moda sull'Irlanda. Ho pensato a te.
La seconda edizione di TolentinoExpo si è conclusa dopo tre giorni e mezzo di apertura al pubblico. Pare che abbiano visitato la Fiera oltre 30.000 persone!
Come vedi, anche da noi c'è vita. Non è Derry, ma non possiamo lamentarci.

I miei allievi mi tormentano ad ogni lezione, ormai, con il jazz. Vogliono ogni volta che dica loro qualcosa di nuovo. Stasera penso che correrò a dire l'irreversibilità come condizione per improvvisare.

Davide sparti ne parla così:
Chi compone può cancellare un passaggio non riuscito. Chi improvvisa non può, né può, il giorno dopo, tornare a risuonare - ma meglio - lo stesso brano, o a correggersi, non davanti allo stesso pubblico, quantomeno; può solo continuare a partire da quanto ha già eseguito[...] Non vi è un time out per chi improvvisa.
Proprio perché l'improvvisazione è una pratica irreversibile, molti jazzisti hanno imparato a sfruttare i propri errori o quelli dei loro colleghi come volano per intraprendere nuovi percorsi improvvisativi. Per di più gli errori commessi durante la pratica improvvisativa non sono quasi mai banali ma originano accostamenti insoliti e spunti bizzarri che difficilmente ai jazzisti sarebbero venuti in mente in altri contesti. D'altronde, il rischio più grande per chi improvvisa non è commettere un errore ma non risultare interessante.

Gli allievi non si accontenteranno di questi spunti che, ti confesso, sono ripresi dalla Tesi di Estetica di un mio amico di Bologna. Vorranno sapere in che modo, ad esempio, l'irreversibilità si sposi con la vita, come si origini da essa. Non crederanno mai che sia solo 'metodo', un 'aspetto' della pratica descritta. Ci ho pensato. Anch'io credo che ci sia un'affinità sotterranea con alcuni momenti alti della mia vita: ne ho fatto esperienza.

Si sa che l'esperienza è la coscienza raggiunta di un cammino fatto: è cammino, non solo 'vissuto'. Tu immagina, allora, come ti sarai sentito prima di imboccare una strada che non ne escludeva altre, un po' come quando si intraprendono nuovi studi, alle medie superiori o all'università. Dopo un po', continui a pensare che puoi tornare indietro, per prendere altre strade. E' questo che ti fa sentire libero: è come non avere scelto ancora. Pensi la libertà come essere sempre davanti a un bivio, come se vivere fosse solo quell'emozione grande. Come se tu fossi ricco di quella sola ricchezza: avere in te mille possibilità, non una sola già 'consumata'.

Tu prendi a vivere e scopri presto che, dopo aver percorso un tratto di strada, se ti accade di credere in quello che fai e se poi ti innamori della scelta fatta, se prendi a pensarti come la stessa scelta, allora avvertirai una vertigine, una sensazione di brivido, anche di paura, perché comprendi che non ha senso pensare di poter tornare davanti al 'bivio', da dove sono partite le tue scelte. Hai già scelto. Non è più il tempo delle scelte. Ora si tratta solo di 'vivere la scelta' fatta. non si torna indietro. Non è possibile. Incominci a pensare che la vita è così: possiamo anche scegliere di non fare nessuna scelta, per paura di vederci scivolare la vita tra le mani, ma poi avvertiremo lo stesso dolorosamente che la vita procede, non indugia, non conosce pause interminabili e inconcludenti.

Tu incominci a vivere veramente quando diventi la freccia del tempo. Di essa è stato detto che mai nessuno è riuscito a fermarla. Si potrebbe dire allora che la vita è inesorabile, ma non nel senso che è ingiusta e violenta con noi. Piuttosto, è il tempo della vita, la pasta di cui siamo fatti, che non si lascia plasmare da noi. Un filosofo tedesco ha detto che l'uomo è un essere-per-la-morte, come se egli fosse destinato a quella sola meta. Vivere è sempre un po' morire. E imparare a vivere, dopo tutto, è imparare a morire. Imparare a vivere nel tempo delle scelte.

Allora, caro Dario, capirai perché a volte sono impacciato e timido. Non per viltà o per debolezza mi ritrovo a pensare ai passi da compiere. Piuttosto, il mio esitare è paragonabile all'istante eterno in cui gli stessi Angeli di fronte all'Altissimo si arrestano perplessi, quasi a voler introdurre un'infrazione alla regola dell'Eterno: essi sanno che dopo aver cantato davanti a Lui non potranno farlo più per tutta l'eternità...

Così siamo noi di fronte alla bellezza. Indugiamo estasiati e perplessi. Vogliamo che quel che accadrà duri per sempre. La nota che pronunceremo deve essere perfetta, se non potrà durare ancora. Non ci è consentito ripetere lo stesso canto infinite volte.
Ogni volta di nuovo, il tempo provvederà a ricordarci che l'errore commesso è alle nostre spalle. Una parte di noi se n'è andata per sempre. Ci aspetta soltanto un altro attimo estatico da cogliere per poter dire chi e cosa. Ancora. Di nuovo.
Possiamo solo sperare di non restare confusi in eterno e che la nostra voce esca finalmente limpida e dica solo se stessa e il suo stupefatto esistere.
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sabato 16 ottobre 2010

SOME NEWS FROM THE DIRTY OLD TOWN

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Ricevo da Derry e pubblico: è mio fratello Dario che scrive.





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Caro fratello,

Hai sentito le news in tv, li hai letti i giornali?? C'è aria di bomba!

L’attentato è stato rivendicato dalla RIRA. Per fortuna, a parte il clima teso e un edificio danneggiato, non ci sono state gravi conseguenze…il luogo dell’attentato è in periferia, pare che il bersaglio fosse la Ulster Bank.

Tanto per rinfrescarti la memoria: nel ’98 ci fu quel “Good Friday Agreement” che mise fine ai troubles, i “disordini” tra protestanti unionisti e lealisti da una parte contro cattolici nazionalisti e repubblicani dall’altra. A quei tempi, per la causa dell’Irlanda unita, l’IRA faceva sentire le sue ragioni a suon di bombs & bullets, contrastata dalle famigerate milizie paramilitari protestanti in combutta con l’establishment britannico. Dopo trattative durate quattro anni, nel ’98 l’IRA e i gruppi paramilitari depongono le armi e in Irlanda del Nord inizia a respirare. Con la pace arriva il vero business, dopo trent’anni di guerra civile il “peace process” riconosce ai “terroristi” delle due fazioni lo status di prigionieri di guerra e prosciolti da ogni reato. Molti ex combattenti tornano alla vita di sempre; alcuni si “arruolano” come buttafuori nei pub, altri raggiungono i più alti vertici della politica. Ma una frangia dissidente che non scende a compromessi, la RIRA cioè “Real IRA” appunto, continua la sua lotta.

Ma bomba o non bomba sto alla grande: tanto per restare in argomento bombe, alla scuola lavoro tête-à-tête con otto donne!! ;)))))

Vedrai invece che esplosione sarà Halloween! Tra un paio di settimane qui ci sarà IL VERO casino! Già da un po’ si notano sinistri cambiamenti: negozi apparentemente anonimi che durante l’anno vendono carta igienica e dentifrici a un pound trasformarsi nei più sghembi venditori di chincaglie-mostro per fenomeni da baraccone alla Grand Guignol, spacciare maschere ad ogni angolo di strada. Nessuno ha intenzione di perderselo, Halloween. Si comincia esponendo alla finestra le belle zucche, poi si esce in maschera, verso i locali del centro, e ce n’è per tutti i gusti, purché sia insolito e grottesco. Si va dai grandi classici dell’horror a Michael Jackson o Osama Bin Laden. Puoi vedere le ragazze mettere in bella mostra le loro grazie indossando supersuccinti abiti da poliziotta o da odalisca, da papessa o cavernicola… mi chiedo come faranno a girare mezze nude, con 2 gradi centigradi dettati dal vento e dalla pioggia!

A Derry Halloween raggiunge l’apice più alto di tutta l’Irlanda, anche quest’anno non saresti dovuto mancare!

La parata è un delirio di tamburi, scheletri, galeoni e altri nonmorti, che attraversa il centro e le mura per finire sul fiume Foyle, per il gran finale dei fuochi, a mezzanotte. E’ questa l’ora in cui i bambini vanno a casa e i mostri più adulti si riversano per le strade del centro, e ardono gli spiriti di Samhain, l’inizio dell’inverno celtico.

Molte di queste creature delle tenebre diventano un po’ patetiche quando, all’alba, si ritrovano accasciate nel loro vomito ai lati delle strade, dopo che ogni goccia di alcol è stata consumata. E’ in quel momento, sempre magico, in cui tutti si torna a casa, che sembriamo dei veri zombi!

Ti ho spaventato con la storia della RIRA? Oppure ti ha fatto più effetto la descrizione della festa? Non volendo ti ho dipinto molte di queste persone come ubriaconi… in realtà è così, e specialmente per quelli che si reputano dei veri irlandesi sono fieri di esserlo!

Sláinte! Dario, your brother

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giovedì 14 ottobre 2010

Il suono della sorpresa.

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Suonare un brano o anche un intero programma è un conto, creare un nuovo linguaggio musicale è tutta un'altra faccenda. E' questo il merito di Kind of Blue.
CHICK COREA

Ieri sera uno dei miei allievi mi ha chiesto di parlare di improvvisazione. Ho dovuto interrompere il lavoro che facevamo e mettermi a raccontare, ma soprattutto a spiegare. Non sapendo da dove iniziare, ho preso il volumetto della Tesi di un mio amico di Bologna, per cercare un aiuto, almeno a livello di concetti.

Paradosso, incontro con lo stupore, estetica dell'imperfezione. La definizione dell'improvvisare ricondotta a cinque condizioni: inseparabilità, originalità, estemporaneità, irreversibilità, responsività.

L'improvvisazione jazz si fonda su un paradosso: un musicista si presenta sul palco così ben preparato da consentire all'istinto e all'emozione di spingere le capacità tecniche a esplorare l'ignoto. E' «il suono della sorpresa» che egli cerca.

Non bisogna lasciarsi sedurre dalla mitologia dell'improvvisazione come qualcosa di totalmente germinale, che avrebbe luogo nel regno dell'assoluta libertà, senza l'ausilio della memoria, un miracolo di spontaneità, come si legge ancora in molti testi e dizionari sul jazz. Al contrario, l'improvvisazione è condizionata da un enorme corpo di materiali tradizionali, da esercizio e da esperienza, dunque, come ritiene Sparti «è più appropriato ricorrere - come metafora - al termine tedesco Einbruch, irruzione, poiché fa pensare a una frana o slavina: un evento improvviso, sì, preparato tuttavia da molto tempo. E' vero che le decisioni "prese" nel corso dell'improvvisazione sono immediate, ma il lavoro che sta alle spalle di tali decisioni ha una storia lunga - ore, giorni, mesi, anche anni. In questo senso l'improvvisazione è il prodotto di tutta l'esperienza fatta da chi suona: di quanto ha studiato, assorbito, dimenticato e rifiutato».
Ieri sera non sono andato oltre. I ragazzi erano stupiti da quanto andavo dicendo. Hanno voluto paragonare la musica alla vita. Si sono chiesti se per caso non accada qualcosa di simile quando ci ritroviamo di fronte a una donna o nel bel mezzo di una prova che ci viene imposta senza preavviso. Mi è venuta in mente una lezione tenuta da Marchionne qualche anno fa: anche lui difendeva l'idea che la vita non ci concede tempo. Talvolta bisogna prendere decisioni in tempi brevi e in situazioni che non consentono di rinviare le scelte. Si tratta di appuntamenti che ci chiamano in causa radicalmente: dobbiamo agire confidando in ciò che portiamo in dote nell'azione. Ci giochiamo, spesso, le cose più grosse, la vita stessa.

Dal canto mio, ho discusso le idee del mio amico e quelle di Sparti, calcando la mano sulla concezione musicale che occorre possedere, sullo studio, sull'esercizio, sulla memoria. Dopo tutto, cos'è l'esperienza se non tutto questo? Il cammino percorso e la memoria di quel cammino. Il resto viene da sé. Mi direte: ma quanto pesa quel "resto"! Certo. Si tratta di restituire le pieghe della vita e l'onda del tempo, volti e storie, intervalli e pause...
Il bello viene dopo.
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venerdì 8 ottobre 2010

Un interminabile corteggiamento

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Come ogni essere umano, devo avere il diritto a quei momenti in cui posso farmi da parte... Per sentirmi un'unità che agisce autonomamente. STIG DAGERMAN

Mio fratello Dario mi ha scritto da Derry tempo fa per sapere cosa significhi per me 'vita schiva'. E' partito dal significato più ovvio per esprimere una certa preoccupazione, come se io mi apprestassi a ritirarmi in un convento o in altro luogo appartato. Come se fossi in fuga dalla civiltà. Teme che sia stato assalito da un attacco di misantropia!
Gli ho risposto con un libro. Sì, gli ho spedito un libro che parla di me. O meglio, parla di quella parte di me che lo preoccupa: la timidezza.

La timidezza oggi non è di moda. L’essere timidi è ritenuto spesso uno svantaggio, persino una malattia, una paura di vivere, un sottrarsi alle competizioni. L’aggressività, il farsi largo non le appartengono, non contraddistinguono l’uomo e la donna sempre un po’ in disparte, il cui ritrarsi è indizio di pacatezza e riserbo. Questo libro controcorrente non vuole dare consigli per superare un tratto così intensamente umano. Sta invece dalla parte di chi ancora arrossisce, e considera la timidezza una sensibilità da valorizzare, un intreccio di virtù – saper tacere, essere discreti… – che si traducono in un modo più luminoso di stare al mondo.
Dario mi ha risposto un po' risentito: come se con il mio gesto volessi esaltare il mio carattere, volgendo a mio favore un difetto, per farne un pregio. Per accontentarlo, gli ho risposto sottolineando limiti e carenze. Gli ho rivelato un mio segreto, che voglio confessare anche a voi: di fronte alla vita mi sento come un corteggiatore che si ritrovi ancora ad attendere una risposta. Ma non perché io mi senta ai margini... escluso dalla vita! Al contrario, io mi ritengo fortunato. Goethe direbbe: un favorito degli dèi. Possiedo, infatti, le cose più preziose che un uomo possa desiderare. E non starò ad elencarle, perché l'ho già fatto.

Piuttosto, c'è da dire che il mio contegno schivo è il mio modo di ringraziare per il bene ricevuto. Io mi inchino di fronte alle cose sacre e alle cose belle. Sono riconoscente. Se vi sembra che sia impacciato ed esitante è perché penso molto prima di parlare e soprattutto prima di agire. Dei due fratelli di cui ci parla la mitologia - Prometeo ed Epimeteo - io seguo le orme del primo, ma sono fragile come il secondo.

Come si fa a dire: sono dalla parte di Prometeo? Sono solo razionalità e coerente agire? Sono lucido e imparziale e previdente e consapevole di me?
Ma, d'altra parte, come si fa a dire: sono dalla parte di Epimeteo? Sono solo sensibilità e immediatezza, spontaneità e innocenza?

Avrei voluto essere "scabro ed essenziale", come dice il nostro grande poeta Eugenio Montale, ma la vita ti sbatte sulla scena all'improvviso, ti travolge, ti mette fretta, ti turba, ti sconcerta...
Un filosofo del tempo di Nerone ha scritto:
Quanto tempo hai dedicato a te stesso [...] quante persone ti hanno derubato della tua vita senza che tu nemmeno ti accorgessi di ciò che perdevi [...] non riflettiamo mai che siamo esseri fragili.
Ecco! Vi sembra facile difendere il proprio nucleo interiore dagli 'attacchi' quotidiani della stupidità e della volgarità? Un poeta slavo si esprime così, al riguardo:
Ciò che pregavi con amore,
che come cosa sacra custodivi,
il destino alle vane ciance umane
ha abbandonato per ludibrio.

La folla entrò, la folla irruppe
entro il sacrario dell'anima tua,
e di misteri e sacrifici ad essa
aperti tu arrossisti tuo malgrado.

Ah, fosse mai che le ali vive
dell'anima librata sulla folla
potessero salvarla dall'assalto
dell'immortale volgarità umana!

FËDOR TJUTCEV
Allora, avrete capito perché io sia fatto così. Malattia privata? Introversione? Debolezza di carattere? Vita sospesa? Fate voi.
Io so, però, e questo spero lo capirete, che il mio cuore non esita più, se mi mettete al centro di una sala - magari vuota - con due magari un po' meno umbratili di me, per fare un Trio, o tre musicisti innamorati, per fare un Quartetto...

Noi sappiamo bene che amare è sciogliersi dalle lenzuola gelosi di Copernico, non il marito d'una Maria Ivanovna avendo come rivale. Lasciate, allora, che a parlare per noi siano i ritmi cadenzati della vita che incede sontuosamente per annunciare la conquista del cuore di una donna. Per questo, siamo disposti anche in una fredda sera d'autunno a rinunciare alla nostra tetraggine per far parlare un pianoforte.


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mercoledì 6 ottobre 2010

L'istante prima dell'eternità

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La materia dei sogni non è fumo né vento né soffio, e nemmeno alito, ansito, sospiro... Degli affanni e dei turbamenti dell'anima i sogni si nutrono. Le cose che non abbiamo detto mai. I terrori provati di fronte a uno sguardo indagatore che era sul punto di svelare segreti custoditi da sempre. Ma soprattutto gli amori inconfessabili, le piccole viltà, i gesti mancati, la vergogna, le fantasie sessuali suggerite appena dagli incontri del giorno...

Immaginate tutto questo, ma immaginate ancora di avere gli occhi aperti e di trovarvi in un pub di una cittadina qualsiasi della Marca anconetana. Le luci sono attenuate, perché tutto sta per iniziare. I musicisti sono pronti, ma c'è un posto vuoto in mezzo a loro. All'improvviso, si accendono le luci, il cantante che voi conoscete bene si avvicina al microfono, e grida: "Marco Serrani al pianoforte!"

Non è un sogno, ma ha la materia di un sogno quello che sta accadendo. Qualcuno ha pronunciato il vostro nome. Ha detto 'pianoforte', "al pianoforte". Non ci sono dubbi: Marco Serrani è chiamato al pianoforte.

Voi provate per un po', solo un istante, ad invocare gli dèi dei rinvii, ma sapete bene che non vi ascolteranno, un altro istante, e vi ritrovate a pensare, ma non c'è tempo per pensare, c'è solo da dire un o un no. Sapete altrettanto bene che 'in situazione' non è contemplato il no. E siamo in situazione quando non c'è scelta, quando tutto è già deciso, come un'ingiunzione del cielo che cala su di voi ad ordinare il gesto, l'azione...

Questi sono gli istanti che precedono l'istante eterno, quando cioè vi ritrovate a vivere l'indimenticabile e il lungamente sognato. Ora siete al centro del sogno. Tocca a voi. Le vostre mani correranno alla tastiera, per dare voce all'antico fermento che si agita in voi.

Occorrono parole e frasi, un racconto da scrivere... C'è qualcuno che vi precede. Introdurrà il tema. A voi spettano le infinite variazioni. E il motivo dovrà farsi frase sotto le vostre mani. La corrente che premeva per uscire dal cuore e raggiungere le mani ora è partita.

Tutto il vostro essere vibra impercettibilmente, come la corda che emette il suono a cui dovrà corrispondere un suono. Il vostro suono. Ma siete voi la corda che ora vuole dire l'incanto della sera e la selva dei ricordi che premono e Martina e il leggero sudore che imperla le mani e impedisce un più riposato dispiegarsi della voce.

Ma in un attimo, si arresta il sudore, il silenzio pervade la sala che attende soltanto, la lunga pausa che precede l'avvio si va esaurendo. Non potete tornare più indietro. Siete al centro del sogno. Occupate un posto che non è vostro, ma che per una sera appartiene solo a voi. Qui non siete più turnista. Vogliono solo musica da voi. Pura musica. Suoni inauditi. Ci sono orecchie che attendono, ma non sono orecchie, concave mani che attendono lo scroscio dell'acqua che giunga a rinfrescare e ristorare l'arsura. Hanno sete, certamente. C'è da portare frescura e poi sciogliere e vincere le angustie della mente prigioniera. Chi è venuto ad ascoltare non vuole solo Musica e Canto. Cerca anche riparo e sollievo, risarcimento e conforto. Dovete raggiungere tutti gli anfratti dell'anima. Le parole dovete cercarle nei crepacci e metterle una accanto all'altra fino a favorire il volo della mente.
Questa è la materia dei sogni vissuti ad occhi aperti, in una serata d'estate, o forse no. L'estate è appena finita. C'è già un sentore d'autunno nell'aria. Non sentite per ora il profumo delle castagne né il fruscio delle foglie morte. Dell'una e dell'altra stagione avrà da parlare ora la Musica. Lei incederà solenne nell'anima, senza annunciare altrimenti che se stessa. Sarà un solo palpito nell'aria. La fonte di ogni moto dell'anima siete voi. E' a voi che guardano tutti.


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martedì 5 ottobre 2010

Certe cose

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Certe cose ci puntano contro il dito e ridono.

Certe cose
si nascondono agli occhi della gente
e si odono
piangere sommessamente.

Certe cose cadono dal cielo:
cose nere informi, mostri
della notte e terrore
dei giorni.

Certe cose sembrano essere state predisposte
da Dio e dal Diavolo.

[...]

Certe cose sono come le aquile.
Vivono in alto -
possono benissimo dimenticare la valle.

Certe cose sono come il terremoto:
utilizzano tutte le nostre paure.

Certe cose sono come la Bellezza che è morta da tempo:
solo l’acqua profonda del pozzo può lavarle e destarle.

EMANUEL CARNEVALI, Certe cose (da Il primo Dio)

A volte la memoria dell'acqua è portata alla superficie delle cose da una lacrima che affiora da un cuore vuoto. Quanta strada è stata percorsa prima che da quel fondo oscuro emergesse prepotente il pianto, a scandire come un singhiozzo a lungo trattenuto il bisogno d'amore?
Ritrovarsi ad ascoltare una persona importante che per due ore parla d'amore e di casa e di radici, e vedere insieme una ragazza piangere per due ore silenziosamente fa male al cuore. Ma di quanto amore hanno avuto bisogno i nostri ragazzi, se poi ci sembra che non ne abbiano ricevuto a sufficienza o non ne abbiano ricevuto per niente!

Ho chiesto al figlio di un amico di mio padre alcuni giorni fa, mentre recriminava contro la vita e tutto il resto: "Ma tu hai mai provato a chiederti cosa veda tuo padre in te? Se ti ami? Tu non credi che tuo padre ti ami? Conosci il suo amore per te?" - Non ci crederete, ma mi ha risposto che non lo sa! Lui non sa se suo padre lo ama oppure no!
Mi viene da dire: ma come si fa ad andare in giro per le strade del mondo senza sapere se si è amati oppure no?
Questo è ciò che io chiamo "essere senza radici".

E' stato scritto che noi siamo alberi. Ognuno di noi è un grande albero. Non un alberello o un albero qualsiasi: un grande albero. La sua legge è da ricercare nelle radici profonde che esso affonda nella terra. Se abbiamo avuto molte relazioni e grandi amori, se abbiamo provato grandi dolori, tanto più numerose e profonde saranno le nostre radici.

Quando scrissi "errante radice" non volevo dire "senza radici". Magari, sono le due case, le due Patrie che vivono in me a farmi sentire lacerato tra l'una e l'altra: da una parte la casa di mio padre, dall'altra l'appartamento in cui vivo solo. Ma non è questa una ragione che mi faccia sentire spaesato e oppresso da chissà quale disagio.

L'albero porta una casa dentro di sé. E' la casa che costruiamo nel tempo, con la gioia e col dolore, assegnando ad ognuna delle persone che ci accade di incontrare un preciso significato, rinvenendo una storia in mezzo ai frammenti di una vita apparentemente senza storia. Si tratta sempre di disegnare volti e di ricercare e di trovare storie. Bisogna scoprire nell'altro l'albero che noi stessi sappiamo di essere.

Quando dico che vivo da solo in un appartamento di Tolentino, tutti corrono subito a pensare che la mia vita sia triste, che mi manchi il calore di una famiglia, che non ho una donna. E si stupiscono altrettanto rapidamente a sentire che ho una donna da cui mi sento amato, che mi porto nel cuore le mille storie che ho potuto costruire ascoltando umilmente la vita che palpitava davanti a me tutte le volte che un giovane amico o una musicista o una cantante improvvisata mi hanno rivolto la parola, o mi hanno sorriso o hanno avuto il coraggio di dire che apprezzavano le mie attenzioni. Si stupiscono a sentire che mi porto con me il ricordo per niente sbiadito delle carezze di mia madre, della sua voce roca, dei richiami da lontano quando il mio cuore discordava con il suo e soffriva nel vedermi allontanare... E che dire delle profonde solitudini di mio padre, che non temeva mai di restare per ore e ore a sentire le voci della campagna, in cerca di refrigerio, quando la pioggia aveva incominciato già a battere la terra arida? Lui che temeva il fulmine, che emozione vederlo scrutare il cielo, in cerca di risposte ai suoi affanni, nelle lunghe serate di fine estate...!

Mi è stato pure chiesto quali siano le mie radici, se io ne abbia, se mi senta un vero musicista oppure no. La gente fa sempre tante domande tutte insieme, perché vuole sapere tutto. Non si accontenta di una risposta che, magari, vale più di mille discorsi, perché conduce immediatamente al cuore della verità.

Io credo nella fedeltà alla terra, nei lunghi addii con cui ci congediamo da essa giorno dopo giorno. Io lo so, anche se sono giovane ancora, che si muore lentamente. Ogni giorno che se ne va è una parte di noi che muore, perché siamo impastati di ore e di giorni e di mesi. Ci sembra troppo facile contare gli anni. Preferiamo pensare alle lunghe file dei giorni, che scorrono inesorabili dentro e fuori di noi. Abitiamo il tempo, che scandisce per noi il ritmo con cui andiamo incontro alla vita per rispettarla ed onorarla.

File di continuità si richiedono per riuscire a dire: "sono qui", "qui e ora", mai dimentico del mio tempo mondano, che si porta via le cose più belle. Istituire file di continuità è saper amare, dare senso ai frammenti che cadono ai nostri piedi e che chiedono soltanto che l'infranto sia ricomposto e che non si cada mai preda dell'idea che l'Irreparabile è accaduto, che il male di cui siamo stati testimoni sia irredimibile, imperdonabile, imprescrittibile, come se coloro che sbagliano abbiano da scontare per l'eternità di non essere stati 'qui', sempre presenti a se stessi e agli altri, impegnati ad amare noi solo noi, come se non altro fosse stato concesso al mondo se non amare noi solo noi.


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